LIRE et GRANDIR.
Leggere, scrivere, crescere.
Che ci faccio qui? mmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmm Settanta ragazzi seduti per terra, in cerchio nel grande salone della biblioteca della scuola, con un vecchio professore che conquista il centro del cerchio e si presenta con un bastone che volta a volta è un microfono, una spada, uno scettro. I bambini hanno un libro in mano, un quaderno, una penna. In questo caso il libro è Il maestro nuovo di Rob Buyea, ma come lo racconta il vecchio prof sembra la via privilegiata per arrivare a qualche misterioso luogo segreto. C’è una specie di cerimonia d’investitura: a turno i ragazzi vengono toccati con il bastone e chiamati con il nome di uno dei protagonisti narratori del libro.
Il libro non è l’oggetto incomprensibile che dovremo cercare di capire, prosegue il prof. Sarà il libro invece a spiegarci un po’ meglio chi siamo, ad aiutarci a dare un nome alle cose che ci girano intorno e che abbiamo nel cuore. Come si chiama questa cosa magica che succede? Come lo chiamiamo questo spazio, questo cerchio, dove potrebbe avvenire che ciascuno di noi racconti, come fanno i personaggi del libro, quali paure ha nello stomaco, quale lacrima ha pianto l’ultima volta che ha pianto, quale segreto lo tiene ancora prigioniero?
Il vecchio prof si avvicina alla lavagna di ardesia montata su ruote che ha voluto in quello spazio e ci scrive sopra con il gesso la frase: “Che ci faccio qui?” E spiega agli alunni che la domanda è rivolta a loro, ma che per primo se l’è fatta lui quella mattina.E mai domanda è più ineludibile di quella. Per lui, ma anche per loro. Che ci faccio qui? Si può anche tradurre così: che cos’è davvero questa cosa che facciamo? Che cosa voglio da questo momento, da questa cosa che incomincia?
Consapevolezza di sé mmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmm Da alcuni anni propongo un incontro con l’ossigeno vivo del racconto, della narrazione, del sapere che si offre come un evento. Propongo un gesto, una cosa semplice: leggere un libro ad alta voce. Non per imparare a capire il libro, ma per vedere se il libro capisce me e il mio mondo; per vedere se il libro è talmente vivo da farmi chiedere alla fine se non è il caso che il mondo cambi. Senza compiti e analisi da fare. Lontano un’ora dall’idea del libro che a scuola spesso si sperimenta. E se poi le parole del libro sono più vere di quelle del mondo, se sono in grado addirittura di giudicarlo, potremo usare il libro per riscrivere anche noi almeno un pezzo del nostro mondo. Per trovare la nostra voce.
Una comunità di lettori e scrittori mmmmmmmmmmmmmmmmmmmmm Nel corso dell’anno alcune classi si trovano insieme a leggere il testo scelto. Non in una classe. Non solo una classe: il professore aspetta gli alunni in un luogo capace di accogliere più classi parallele, fino a quattro classi insieme, con i loro professori. Tutti in cerchio, seduti per terra. O se si è fortunati su sgabelli che possano consentire di mettersi in cerchio. Così il gesto della lettura ha come componente essenziale anche quella dell’andare verso. Capita quello che Montale dice nella sua poesia I limoni: per conoscere bisogna mettersi in movimento, ascoltare in silenzio, aspettando che in quel silenzio, in quell’ascolto possa accadere una rivelazione. Ecco, il gesto così è completo: il prof legge ad alta voce, si ferma ogni volta che incontra passaggi importanti, chiede agli alunni di confrontarsi con quanto viene letto. Al termine di ogni lettura sono suggerite delle tracce di riflessione: agli alunni viene chiesto di scrivere un testo per la volta successiva, raccontando la loro esperienza, paragonandosi con quanto accade nel libro. Un incontro a settimana, a costruire una specie di rito, come vuole la volpe di Saint Exupery. Dalla lettura si passa quindi alla produzione scritta, intesa come narrazione della propria vita, un modo originale di riscrivere il proprio mondo a partire dal colloquio con il libro. Libro che diventa vivo e vero, che consente a ciascuno degli alunni di fare i conti con sentimenti ed esperienze che insegnano a dare un nome anche a ciò che essi vivono. Questo spazio diventa così l’occasione per una rilettura della propria esperienza, ma anche della scoperta del senso e del valore dell’altro, poiché ciascuno, raccontandosi, diventa anche dono per l’altro.
Gli insegnanti della classe raccoglieranno volta per volta i testi nati dalla riflessione sui punti sottolineati dal professore e nella lezione successiva una prima parte verrà dedicata alla lettura di alcuni di questi testi da parte dei ragazzi. Il professore ne evidenzia i passaggi interessanti, che diventano ulteriori paradigmi con cui tutti possono confrontarsi. Le paure, i timori, le preoccupazioni si sciolgono: ciascuno viene valorizzato, ciascuno contribuisce a tirare su un pezzettino di quel luogo, di quella casa che si vuole costruire. E alla fine del lavoro, ciascuno potrà raccogliere i suoi testi in un piccolo quaderno biografico: un libro che è nato dal corpo a corpo con un altro libro.
Libertà, competenza e inclusione mmmmmmmmmmmmmmmmmm All’interno di una proposta educativa e didattica per gli alunni della scuola secondaria di primo grado, il progetto Lire et grandir costruisce uno spazio di maggiore libertà anche rispetto all’esito scolastico. L’orizzonte dentro il quale le cose si affrontano non è più solo quello della classe; insieme agli altri ci si riconosce bisognosi di imparare, interessati a capire per crescere: la scuola diventa un paese nuovo, una casa che accoglie e che lancia la sfida della ragione e rende protagonisti anche coloro che solitamente si possono sentire esclusi o incontrano difficoltà a integrarsi nel percorso dell’apprendimento.
Qualche esempio mmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmm Quest’anno ho letto e messo davanti agli occhi dei ragazzi di seconda media le parole che stavano lì a respirare con i polmoni di Cesare in Click! di Luigi Ballerini. Ho preso quelle parole e ho detto loro di mettersele in tasca, come sassi: da una parte il cellulare, dall’altra queste pietre preziose. Non ho dato un compito. Ho chiesto loro, durante la settimana, di tirare fuori ogni tanto quelle parole-pietre, mica solo lo smartphone. Di stringerle nel pugno, di provare a vedere come loro potessero usarle. Di scriverle in un testo, solo se volevano, facendole tornare in vita dentro il loro racconto.
Ho letto con gli alunni di due classi prime Il piccolo principe di Saint-Exupéry: i baobab mettono in pericolo la vita del suo piccolo pianeta e lui si impegna a estirparli per evitare la catastrofe. Ho chiesto ai ragazzi di scrivere quali baobab mettevano in pericolo il loro piccolo pianeta. Quali preoccupazioni, paure, pesi si sentivano addosso, quale male impediva loro di sentirsi felici. E di chiamarlo per nome, di scriverlo sul foglio. E durante la lezione successiva i ragazzi si sono alzati a turno e hanno buttato quel foglio dentro la scatola che avevamo messo in mezzo alla biblioteca. Quello che ha scritto, qualcuno lo dice ad alta voce, qualcuno lo tiene segreto. Quando tornano a sedersi per terra, incuriositi e divertiti anche, mi avvicino al centro della stanza, prendo la scatola e comincio a sciogliere le pallottole di carta che hanno buttato lì dentro. E leggo ad alta voce da ogni foglio quell’unica parola che ciascuno di loro ha scritto: in un foglio a quadretti, con il pennarello rosso c’è la parola paura. In un altro, con una scrittura volutamente tremolante c’è scritto ansia; in un altro ancora delusione; e poi ancora rabbia, tristezza, solitudine. La lezione può essere anche così: con loro che buttano questi baobab, con un gesto che dice che le piante che infestano il nostro cuore e ci impediscono di guardare alla vita con desiderio e speranza possono essere estirpate. Un gesto per buttare via le parole cupe. Un gesto simbolico che è all’inizio di un viaggio: del viaggio del piccolo principe che scoprirà perché tornare sul suo piccolo pianeta dopo avere attraversato il deserto e incontrato qualcuno che ha dato voce, fiato, aria e sangue alle parole che prima non comprendeva. L’inizio del viaggio anche per questi ragazzi che, come al piccolo principe è accaduto con la volpe, dovranno trovare qualcuno che non spieghi soltanto le parole su un foglio. I ragazzi chiedono che la domanda nascosta sotto tutti quei pesi sia innanzitutto svelata: lo sai che vuoi essere felice? Lo sai che tanti come te si sono messi in viaggio prima di te e adesso con te? Lo sai che non sei solo? Chiedono di conoscere come altri prima di loro si siano chiesti le cose che si chiedono loro, che nome gli hanno dato, quale viaggio hanno fatto per scoprire perché valesse la pena lavorare ogni giorno a togliere baobab per salvare una rosa. Chiedono di capire qual è la loro rosa, per chi e per che cosa svegliarsi ogni giorno e crescere e abitare il mondo. E chiedono un testimone: qualcuno che gli faccia compagnia, che con la sua stessa vita viva renda vere le parole di cui il mondo è fatto. Qualcuno che insieme a loro si metta a fare questo viaggio, ripercorrendo le parole degli altri.
Quali libri? Quale voce? mmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmm I libri che mi hanno accompagnato in questo viaggio sono stati parecchi: per le classi prime ricordo Pinocchio, Il piccolo principe, Il giardino segreto e Il maestro nuovo che qualche volta però è stato letto anche nelle seconde. A cui ho proposto spesso anche Click!, come ho ricordato prima. Nelle terze il bel libro di Ferrara La corsa giusta, o The giver di Lowry, o il mio romanzo in versi Fuori i secondi. Libri che, in modo diverso uno dall’altro, hanno saputo creare la possibilità di un’esperienza viva di scuola, di educazione, di crescita. Ed è assolutamente vero: bisogna tornare a leggere i libri. Ma soprattutto ci vuole qualcuno che sia in grado di farlo parlare davvero, il libro. Perché le parole sopra un foglio possono restare mute. Le parole sopra un foglio possono essere vuote. C’è bisogno di una voce, di un fiato, di un’aria e di un sangue che le renda vive. Di un testimone, appunto. Un amico mi ha detto che, proprio per questo motivo, questa esperienza di scuola non diventerà mai “scuola”, intesa come “istituzione”, “pedagogia” o “tradizione condivisa”: perché non c’è nessuna riforma che insegni a essere testimoni così. Ma al di là di uno scetticismo più o meno giustificato, forse questa è propriamente la sfida del presente: che esperienze positive in atto siano condivise e comunicate. E che ci si impegni a tutti i livelli – dalla formazione ai libri di testo, agli strumenti digitali – perché l’accento umanistico e personalistico torni ad essere capace di incidere nella prassi quotidiana dell’educazione e dell’insegnamento. Perché i ragazzi tornino a desiderare di essere protagonisti della loro storia, della loro vita.
Corrado Bagnoli (Scuola secondaria di I grado)

